Editoria e poesia
tra ipocrisia e disinformazione
di Salvatore Fava
La
distribuzione
Il rapporto autore-editore in ordine alla distribuzione, nel settore della
poesia in particolare, è molto controverso. Molti poeti, ma anche
scrittori, giornalisti e critici, assegnano alla parola distribuzione
un significato letterale, non tenendo conto di tutti quegli elementi di
natura economico-finanziaria e di mercato, che rendono la distribuzione
stessa un fatto dinamico e complesso che esige diversità di metodi
e appositi interventi di marketing adatti alle varie tipologie di libri
che si immettono nel mercato.
La distribuzione è una sinergia di eventi promozionali e diffusive,
pianificate secondo regole che rispondono prima di tutto alle esigenze
del mercato e non, come molti pensano, una consegna passiva di copie ai
punti vendita. I libri si vendono in tanti modi: col direct marketing,
con diffusione rateale a mezzo agenti, per catalogo, via internet, in
libreria, in edicola, nei supermercati, nelle bancarelle, nei club di
libri, per corrispondenza, nei remainders etc. Ognuna di queste tipologie
di vendita esige una sinergia di interventi specifici affinché
la vendita si realizzi.
In altre parole, il libro non può non essere considerato un prodotto,
come gli altri, legato alle leggi del mercato, visto che le case editrici
sono aziende come tutte le altre, semmai diversa è la destinazione
che è orientata la consumo culturale. Voglio dire che un determinato
libro incontra il massimo della sua vendita potenziale attraverso, per
esempio, la vendita per corrispondenza, mentre un altro attraverso il
sistema delle cedole librarie, un altro ancora in libreria o attraverso
il web e così via.
Recentemente, durante un colloquio, un giovane filologo mi ha detto con
convinzione che un tale editore è il più grande editore
italiano. Evidentemente per il giovane ricercatore quell’editore
pubblica cose di tale interesse per lui da considerarlo addirittura il
più grande, nella realtà in termini di fatturato è
un editore molto modesto, questo per dire che la percezione del singolo
consumatore non coincide necessariamente con la realtà del mercato
con cui si scontrano ogni giorno le case editrici.
Poeti e scrittori, ma anche giornalisti e critici, a causa di una ignoranza
dei fenomeni commerciali e produttivi, tendono ad idealizzare gli editori
assegnando loro valori solo di ordine culturale, senza tenere conto del
fatto che nessuna casa editrice può progredire se perde di vista
l’obiettivo economico, né può esimersi dal confronto
col mercato. Questo accade, anche, alle centinaia di piccoli editori che,
spesso, iniziano le proprie attività sul piano ideale senza tenere
conto dei necessari parametri finanziari, finendo per trovarsi presto
in difficoltà. Quindi, specie per i libri di poesia, non si può
parlare di distribuzione generalizzata, tantomeno si può affermare
che i libri si vendono solo in libreria. Se poi ci riferiamo ai libri
di nuova poesia contemporanea, la vendita in libreria risulta davvero
modesta, non perché gli editori non distribuiscono ma perché
i librai non comprano libri che sono difficili da vendere e, giustamente,
non intendono occupare lo spazio della loro libreria (che, specie nelle
grandi città, ha un costo al metro quadro proibitivo) con volumi
di scarso impatto commerciale, quando possono occupare quello stesso spazio
con libri molto più appetibili per i loro clienti.
Un
errore di valutazione
Probabilmente un grave errore di valutazione nasce dal confondere la distribuzione
relativa alla stampa, giornali, riviste periodiche e assimilati, con quella
relativa ai libri. Nel caso della stampa, quotidiana o periodica, l’editore
che produce un giornale ha, in applicazione alla legge sulla libertà
di stampa, il diritto di distribuirlo in qualsivoglia edicola, l’edicolante
ha l’obbligo di ricevere le copie della testata e di esporle, senza
discriminazione alcuna con le altre, nel proprio punto vendita. Ovviamente,
in quest’obbligo non rientra l’acquisto dei giornali da parte
dell’edicolante. Egli riceve le copie in conto vendita e periodicamente
paga al distributore le copie vendute. A sua volta il distributore, paga
il venduto agli editori trattenendo la sua percentuale, dopo avere, ovviamente,
conteggiato le rese invendute degli edicolanti . In realtà i rapporti
economici fra gli editori di giornali e i distributori degli stessi sono
più complessi e regolati da norme che in questa sede non è
opportuno, per la sua complessità, riportare, anche se, nella sostanza,
questo è l’iter.
Libri
e librai
Totalmente diverso è il caso della vendita dei libri presso le
librerie, in cui la parola “distribuzione” che ingloba una
serie di attività, non corrisponde al suo letterale significato.
La differenza rispetto alla stampa periodica è sostanziale. Il
libraio, diversamente dall’edicolante, non ha alcun obbligo di ricevere
i libri dagli editori o dai distributori, i quali inviano i loro promotori
per convincere i librai e le società che controllano gruppi di
librerie per acquistare questo o quel libro. Se ne deduce che (e mi sembra
giusto) il libraio acquisti solo i libri che pensa, ragionevolmente, di
poter vendere e che interessano ai suoi clienti, di cui lui conosce bene
le abitudini e i gusti di lettura. Ne consegue che i titoli più
acquistati dai librai sono prima di tutto quei titoli che loro credono
di poter vendere bene nel loro negozio, i best seller, poi i volumi degli
autori più celebrati, i classici, e tutto quel genere di libri
inquadrato come “varia” che va dal manuale di falegnameria
al libro di barzellette, mentre la poesia contemporanea, come livello
di vendita, per la sua esiguità non è neppure catalogabile.
A questo punto la domanda è d’obbligo: e se il libraio non
vende i volumi acquistati? La risposta è : “può restituirli
all’editore” o distributore o grossista, che, il più
delle volte si impegna a sostituirne una percentuale prestabilita con
altri titoli scelti dal libraio fra novità editoriali dal catalogo
dell’ editore o da quello del distributore.
Ed è in questa fase che entra in gioco il potere contrattuale degli
editori, che è dato, principalmente, dalla rilevanza del loro catalogo.
Per esempio un editore con 500 titoli in catalogo suddivisi per aree di
interesse, dalla “filosofia” al “fai da te” e
cinquanta nuovi titoli l’anno, rappresenta una importante garanzia
per la libreria che può attingere dalle novità editoriali
dal già vasto catalogo dell’editore. É facile immaginare
che il libraio può, agevolmente, rendere una percentuale di invenduto
con la certezza di trovare nuovi titoli vendibili per compensare le spese
senza rischiare.
I
libri di poesia
Ma prendiamo il caso di una casa editrice che pubblica solo volumi di
nuova poesia contemporanea, che sono di difficile collocazione. Qual è
il livello di potere contrattuale che questa casa editrice ha con i distributori,
i grossisti e le librerie? E’ basso, e per ovvie ragioni. La libreria
ha difficoltà ad acquistare da un distributore libri difficilmente
smerciabili, senza dire che, quando deve rendere l’invenduto, lo
può cambiare solo con altri libri di poesia, sempre di difficile
vendita.
Un libro di poesia di un autore contemporaneo, che non appartiene alla
ristretta sfera dei poeti più celebrati, è molto difficile
da collocare, se non in maniera alternativa. La vendita di libri di poesia
contemporanea nelle librerie, rappresenta meno del 3% del fatturato. Ma
in questo dato sono inclusi anche i libri di teatro che, per comodità
statistica, vengono sommati al dato della poesia. Se ne deduce che, tolti
i volumi di poesia classica e internazionale e di quella contemporanea
più celebrata, i livelli di vendita in libreria di sola nuova poesia
contemporanea sono pressoché inesistenti. Per collocare questi
libri ci vuole necessariamente un’alternativa, sia sul piano promozionale
e dei costi sia sul piano distributivo.
Perché una libreria dovrebbe acquistare un libro che difficilmente
sarà richiesto dai suoi clienti? Oppure perché un libraio
dovrebbe occupare un metro quadro della sua libreria con dei libri poco
attraenti per i suoi clienti quando può, in quello stesso spazio,
inserire volumi molto più commerciali ? La ragione per cui un libro
non viene richiesto consiste, nella maggior parte dei casi, nel fatto
che l’autore è sconosciuto come lo sono la stragrande maggioranza
dei poeti, e anche, dobbiamo dirlo, nella mancanza di un intervento promozionale
dell’editore, talmente costoso, da non trovare, quasi mai, giustificazione
dal punto di vista aziendale, specie quando si tratta di un libro di poesia.
I
lettori di poesia sono una elite
Un’altra importante ragione è quella del basso numero di
lettori, fenomeno questo che rappresenta la più forte contraddizione
di tutto il settore editoriale riguardante la poesia. É un dato
di fatto che i poeti che scrivono sono enormemente di più di quelli
che leggono. Non è azzardato fare l’ipotesi che se ogni poeta
acquistasse almeno un volume di poesia al mese, tutti i libri di poesia
sarebbero dei best seller!
I nomi dei poeti conosciuti, in modo tale da garantire un, seppur minimo,
livello di vendita, in Italia sono una diecina, uno più uno meno.
E allora, o prendiamo per buono il dato numerico relativo ai poeti celebrati
e sosteniamo, ipocritamente, la tesi che in Italia esistono solo una diecina
di poeti, oppure dobbiamo ammettere che i bravi poeti non sono solo quelli
alla ribalta delle cronache letterarie, e nemmeno quelli che hanno in
qualche modo accesso a sistemi di editoria tradizionale.
Solo
con una sinergia di alternative promozionali e distributive si può
vendere un libro di poesie, compreso ovviamente l’uso delle librerie
che però non si possono considerare luoghi d’elezione per
la vendita di poesia contemporanea. Per esempio non è raro il caso
in cui un autore sconosciuto pubblicato da Libroitaliano abbia un maggior
successo di vendite di un poeta affermato. Questo accade proprio per l’uso
di sistemi promozionali alternativi in cui la casa editrice si è,
dopo tanti anni di attività, specializzata, primo fra tutti il
direct marketing, e poi la vendita on line, il catalogo per corrispondenza,
il web marketing, etc.
I
poeti sono migliaia
É un dato incontrovertibile che i poeti in Italia sono diecine
di migliaia. É anche vero che non è possibile, a prescindere
dalle modalità di contratto editoriale, dare voce a tutti. Con
il termine poeta, intendo: chiunque abbia concepito nella sua vita almeno
una raccolta organica di una cinquantina di poesie. In questo senso, se
i poeti sono circa cinquantamila, ma il dato è inesatto per difetto,
si può presumere che almeno il dieci per cento di essi abbiamo
i mezzi per produrre una poesia con la necessaria dignità per essere
stampata.
Non è azzardato sostenere che fra tutti i poeti esistenti alcune
migliaia di essi abbiano le carte in regola per essere pubblicati. Ma
a questi poeti non è consentito l’accesso alla pubblicazione
a spese dell’editore, e ciò per ovvie ragioni, primo fra
tutti, il fatto che i libri di poesia difficilmente superano le mille
copie vendute, un livello troppo basso per garantire ad un editore un
interesse finanziario, per le ragioni che ho già spiegato. La tiratura
di copie è talmente bassa che, anche andando esaurita non consentirebbe
all’editore di recuperare il corrispettivo investito per la pubblicazione
e la promozione del volume. Da qui l’esigenza di una preventiva
copertura finanziaria.
L’editore, non può non tenere conto dell’aspetto finanziario
né può ignorare il mercato. Allora, o decide di pubblicare
in maniera tradizionale, ovvero a totali proprie spese, ed in questo caso
non potrebbe in alcun modo pubblicare un libro di poesia contemporanea
se non in ragione dell’1 o del 2 per cento del suo catalogo, oppure
decide di essere trasversale al mercato con la formula “win to win”,
ovvero concordando con il poeta un livello di contribuzione finanziaria
che consenta all’editore di progettare serenamente la sua edizione,
ed all’autore di cogliere i frutti di una razionale gestione editoriale
del proprio volume, configurando nella fattispecie un vero e proprio servizio
editoriale, con ottima soddisfazione di entrambi.
Questo è uno dei problemi più dibattuti fra i detrattori
delle case editrici alternative che pubblicano autori nuovi con una contribuzione
finanziaria. Il facile gioco mistificatorio è dato dal fatto che
l’editore chiedendo un corrispettivo economico all’autore
apparentemente non rispetta la norma, consentendo così a taluni
di sindacare sui metodi e talvolta persino sulla moralità di questi
editori che, talvolta, sono oggetti di veri e propri attacchi mediatici
assolutamente ingiustificati, se non dall’ignoranza e dall’ipocrisia.
I denigratori delle case editrici alternative sostengono che gli editori
devono fare il loro mestiere che a loro dire consisterebbe solo nel pubblicare
libri a proprie spese, e agli autori godere pacificamente dei diritti
economici, dimenticando che in questo caso la poesia morirebbe subito.
Ma non solo la poesia, non si potrebbero più stampare molti libri
universitari per i quali i professori, a causa del numero esiguo di copie
di cui hanno bisogno nei loro corsi, versano contribuzioni ai propri editori,
verrebbero meno tutte le pubblicazioni finanziate dalle regioni e dagli
enti pubblici, tutti i volumi di storia locale legati alle tradizioni
o al folclore di un dato territorio, non potrebbero essere stampati per
l’esigua tiratura molti importanti volumi elitari né moltissimi
volumi nel campo della formazione che per ovvie esigenze esigono un finanziamento
preventivo etc.
Non solo, ma non ci sarebbe più il “cantiere” della
poesia, quindi da dove dovrebbero venire fuori i nuovi poeti ? Da quale
palestra dovrebbero emergere i fermenti nuovi della poesia? Si finirebbe
in mano ai “maestri” agli “accademici” ai “baroni”
della letteratura che gestirebbero i loro allievi secondo un sistema servile
elargendo loro, ogni tanto la possibilità di un breve volo.
L’editore
Ora, in linea di principio non possiamo che essere d’accordo sul
fatto che un’opera dell’ingegno, così come prevede
la LDA ( legge sul diritto d’autore) debba essere remunerata dall’editore,
anche se abbiamo visto che è difficile considerare migliaia di
poeti tutti “ingegnosi” ma, ingegno o meno, in un libro di
nuova poesia contemporanea, non possono esserci vantaggi economici, per
la semplice ragione che non ci sono utili e quindi, nessun livello di
remunerazione per l’editore e per l’autore, se non a livello
parziale.
Qui voglio precisare, che il mio riferimento è a quegli editori
alternativi che svolgono il loro lavoro in maniera trasparente. Diverse
sono le ragioni di chi, giocando sulle contraddizioni del sistema, tenta
di truffare la buona fede degli autori. Questi editori hanno evidenti
responsabilità etiche e morali che, comunque, non spetta a me in
questa sede giudicare.
Un autore dovrebbe sempre sapere, a prescindere dalla serietà del
suo editore, che firmare un contratto a partecipazione finanziaria non
significa livelli di vendita garantiti e successo assicurato, anzi denota
la difficoltà di collocamento del volume nel mercato. Un altro
aspetto, puramente tecnico, legato alla difficoltà della distribuzione
è squisitamente di ordine numerico. I libri elitari, cioè
quelli destinati a un mercato ristretto e specialistico, fra i quali sono
annoverabili i libri di poesia contemporanea, vengono stampati, generalmente,
in una tiratura che non supera le mille copie, una tiratura ragionevole
per libri che registrano vendite complessive di qualche centinaio di copie
per titolo. In Italia le librerie sono circa 6000, per cui anche ammettendo
che la distribuzione libraria si possa intendere come consegna fisica
per singolo punto vendita, considerando tre copie per ogni libreria, sarebbero
necessarie circa diciottomila copie stampate. Poiché le copie stampate,
generalmente, sono mille, è chiaro che non potrà mai esistere
per un libro di poesia contemporanea una presenza in libreria se non in
quei punti vendita che, bontà loro, hanno deciso, pur rimettendoci,
di dedicare un reparto alla poesia contemporanea.
Quindi, la presenza di un volume di poesia tra gli scaffali della libreria
è legata alla sensibilità del libraio da un lato e al sistema
che di fatto ne impedisce la capillare presenza. I volumi di poesia si
devono considerare di “catalogo”: libri, cioè, che
non potendo essere presenti in libreria si ordinano, con la speranza di
poterli leggere presto. La conclusione è che la libreria non è,
nonostante le apparenze, il migliore posto per vendere un libro di nuova
poesia contemporanea, ma solo un canale di tentata vendita e nemmeno il
migliore.
La responsabilità di questo stato di cose, devo dirlo, è
anche degli autori che, talvolta, per soddisfare una propria intima vanità,
preferiscono vedere il proprio libro di poesie esposto nella vetrina di
una libreria ad impolverarsi anziché tentare strade alternative,dimenticando
che il vero obiettivo della pubblicazione non è la presenza in
una data libreria, quanto incontrare potenziali lettori, vendere il libro,
non importa dove, come, quando, ma vendere, questo è il vero obiettivo.
Tornando alle ipocrisie del sistema editoriale, vediamo adesso di inquadrare
il problema in maniera più ampia, cercando, per quanto possibile,
di dare un contributo positivo alla dialettica ampiamente avviata in ordine
alla pubblicazione dei libri di poesia dei nuovi autori.
In un moderno e concorrenziale sistema economico il terziario avanzato,
cioè quella enorme parte dell’economia che gira sui servizi,
tende ad affermare sempre di più il concetto che ad una domanda
di mercato corrisponde un’offerta. Questo pacifico concetto riportato
nel nostro settore significa che, se ci sono poeti che per ragioni di
mercato non possono accedere a progetti editoriali tradizionali e chiedono
di essere pubblicati , risulta logico che nel tempo, alla domanda consolidata
abbia risposto il mercato con una offerta. Si è così venuto
a creare un sistema concretizzatosi nella costituzione di aziende editoriali
specializzate nell’accogliere queste domande.
Ora,
in un sistema economico in cui il terziario rappresenta la punta di diamante
dell’intera economia, non si capisce perché debba risultare
strano che autore ed editore, in un clima di sereno scambio e nel più
ampio contesto negoziale, decidano per ragioni personali o di mercato,
l’uno di acquistare un servizio e l’altro di ottenere i proventi
per realizzarlo. É quello che accade in tutti i settori del terziario.
Non si capisce perché sul versante editoriale ci si debba scandalizzare
quando si attua pienamente una regola fondamentale dell’economia.
Negli altri settori dell’arte, per esempio nella musica, nel cinema,
nelle arti visive, è del tutto normale che un musicista paghi il
servizio di una sala di registrazione per incidere il suo primo CD, come
è altrettanto normale per un giovane regista finanziarsi il suo
cortometraggio, per il pittore pagare una galleria d’arte e così
via.
Che l’ipocrisia sia dilagante lo dimostra il fatto che nessuno si
scandalizza se a finanziare un libro o un autore sia un ente pubblico
come una amministrazione provinciale, regionale, etc. utilizzando i soldi
dei cittadini, magari per stampare un costosissimo libro strenna che non
leggerà nessuno. Un conto è il finanziamento negoziale autore-editore
liberamente concordato e accettato dalle parti che privatamente investono
le loro economie, un conto è un finanziamento pubblico dove si
utilizzano i soldi dei contribuenti che, sul piano etico, appare sicuramente
discutibile .
Un altro importante aspetto della mistificazione operata da chi rema contro
l’editoria di servizio, è quello di far credere che i costi
di pubblicazione di un libro siano principalmente quelli per la stampa,
quando invece è tutto il contrario. La risposta di un soggetto
disinformato alla richiesta di una contribuzione economica da parte dell’editore
è questa: se io debbo pagare, perché non posso scendere
nella tipografia sotto casa e far stampare il mio libro in proprio e ad
un costo inferiore ?
Sfugge ai più, è che il costo sostenuto dalla della casa
editrice per la pubblicazione non è solo quello della esecuzione
tipografica anzi, la stampa rappresenta per l’editore una parte
minima del costo. I costi sono soprattutto quelli gestionali e promozionali,
del personale, delle tasse, ed un’altra miriade di costi sommersi
che emergono solo dai bilanci.
Se le spese per la gestione e la produzione, nel bilancio di un editore
ammontano, poniamo, a 1 milione di euro e l’editore ha stampato
nel corso di quell’anno 100 titoli, se ne deduce che il costo di
produzione per ogni titolo è stato di 10 mila euro. L’importo,
ovviamente, non può corrispondere al costo tipografico che, ad
esempio, potrebbe essere di 2 mila euro. Quindi è ovvio che se
un autore decide di stamparsi un libro in proprio spenderà di meno.
Tuttavia stampa avvenuta, si renderà conto di non potere, in alcun
modo vendere, diffondere, promuovere quel volume in quanto, non solo non
avrà i mezzi tecnici e le conoscenze di mercato, ma non essendo
soggetto giuridico non potrà mai fare commercio del suo libro.
E qualora tentasse, in qualche modo, di promuovere il proprio volume,
i costi cui andrebbe incontro salirebbero al tal punto da superare quelli
dell’editore, che ha sul piano negoziale con il mercato un forte
potere contrattuale a cominciare dalle tariffe postali e pubblicitarie
di cui gode.
E’
proprio per questa ragione che, negli anni, si è andata affermando
la consuetudine della libera pattuizione autore-editore. In definitiva,
per un poeta, è difficilissimo pubblicare una raccolta di poesie
senza versare una contribuzione finanziaria. Un volume di poesia, per
le sue caratteristiche di mercato e di produzione, ha sempre bisogno di
una preventiva copertura finanziaria.
Quello che è veramente importante è affidarsi ad editori
che, oltre ad avere una presenza nel mercato, garantiscano all’autore
una trasparenza operativa ed un contributo finanziario con un equo rapporto
costo-benefici. La casa editrice libroitaliano di cui mi onoro di essere
il direttore editoriale, svolge un ruolo di promozione dei nuovi autori
serio e verificabile, una regolare corresponsione dei diritti d’autore
ed una reale opportunità di successo, identica, se non superiore,
a quella offerta dai tanti grandi editori.
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